Ricevo spesso messaggi da donne che mi scrivono: “Vorrei essere come te che hai tutto sotto controllo: casa, lavoro, relazioni, emozioni…“.
Ma quella è solo una parte della storia.
Sì, grazie alla mindfulness e a un lungo percorso di crescita personale (fatto anche di inciampi, fatica e cadute), ho costruito una base solida di equilibrio e resilienza. Ho imparato a focalizzarmi per il 10% sul problema e per il 90% sulla possibile soluzione.
Ma anche io ho i miei momenti difficili.
Soprattutto ora, con la menopausa, vivo sbalzi d’umore — anche se a dire il vero, “sbalzi” è dir poco: a volte mi sembra di stare su un roller coaster impazzito senza cintura di sicurezza!
E va bene così.
Perché oggi so che quei momenti sono necessari. Non li respingo più – li accolgo, sapendo che sono passeggeri.
Il peso di mille ruoli
Alle donne viene spesso chiesto di eccellere in decine di ruoli contemporaneamente: figlia, partner, collega, sorella, amica, caregiver…
Un carico emotivo e mentale che ha un costo reale.
Secondo il Women @ Work 2024 di Deloitte, 1 donna su 3 dichiara di sentirsi in burnout, e il 54% dice che i suoi livelli di stress sono aumentati rispetto all’anno precedente.
Il mito del dover “fare tutto e bene” è estenuante.
E ancora di più quando crediamo di doverlo fare alla perfezione.
L’autocompassione non è debolezza – è una medicina potente
La mindfulness e l’autocompassione sono state le mie ancore.
Mi hanno aiutata a passare dal giudizio alla gentilezza, dalla fretta alla presenza.
Mi hanno permesso di dire: “Sto facendo del mio meglio, ed è abbastanza“.
Ma non è stato spontaneo.
L’autocompassione me la sono dovuta costruire, passo dopo passo.
Ascoltavo meditazioni guidate, affirmations, podcast motivazionali.
Scrivevo frasi su post-it e li attaccavo ovunque: sullo specchio, sulla scrivania, in cucina.
E piano piano quelle parole gentili sono diventate la mia voce interiore. Ho cominciato a crederci.
Studi dimostrano che alti livelli di autocompassione ridimensionano significativamente il burnout e l’esaurimento emotivo — soprattutto nelle donne che vivono molteplici ruoli.
La ricerca sul Mindful Self-Compassion ne conferma l’efficacia anche tra caregiver e professioniste.
L’autocompassione è un atto di coraggio.
Darsi il permesso di fermarsi
Oggi, quando sento che sto per crollare, mi concedo di fare un passo indietro.
Cancello appuntamenti. Mi avvolgo in una coperta. Piango. Scrivo. Sento.
E chiedo supporto.
Mi affido alla mia soul sister (una coach bravissima a “tenere spazio” senza giudizio). Parlo con mio marito. Mi lascio ascoltare — non per essere sistemata, ma per essere accolta.
E tu? Che tu ci creda o meno anche tu lo meriti!
Cerca qualcuno che sappia accoglierti senza giudicare: una coach, una terapeuta, un’amica. Qualcuno che non provi ad “aggiustarti“, o che ti dica “te l’avevo detto!” ma che sappia stare lì con te, nel tuo sentire.
Conclusione
Non devi essere un supereroe.
Sei già abbastanza, così come sei.
Hai il diritto di fermarti. Di sentire. Di non avere tutto sotto controllo.
Hai il diritto di essere umana.
La crescita personale comincia da qui:
- Meno pressione
- Più amore per te stessa
- Sapere chiedere aiuto, quando serve
Iniziamo a normalizzare l’autenticità, non la perfezione.
Scegliamo la compassione invece della prestazione.
Smettiamo di fingere, cominciamo a sostenerci.
Siamo tutte in cammino, una accanto all’altra, verso il nostro vero sé.